EDIZIONI FAREPOESIA   -   IL PROGETTO




INTERVISTA ESPLICATIVA


Come è nata la rivista “Farepoesia” e l’omonima casa editrice? Quanto è contata l’esperienza di “Farepoesia” fanzine?

La rivista e la casa editrice sono due componenti dello stesso progetto. Inizialmente Farepoesia era una fanzine in formato elettronico che veniva distribuita via internet e molti la utilizzavano in stile tadzebao come manifesto murale. La testata originaria portava il nome di Azionepoesia, e seguiva altri miei precedenti tentativi di autoproduzione letteraria. Le fanzine sono pubblicazioni autoprodotte che hanno vissuto un periodo d’oro intorno al 1977 con il punk. In verità devono essere fatte risalire ancora più indietro e ancora prima dell’epoca beat statunitense, le prime fanzine infatti risalgono al periodo tra le due guerre negli Stati Uniti. Le fanzine sono diffuse in particolare in ambito musicale. Io ho semplicemente cercato di trasporre lo stesso metodo in un contesto di tipo artistico-letterario. Queste pubblicazioni permettono una produzione indipendente e non legata alle solite dinamiche da congrega artistica che in Italia sappiamo diffusissima. Insegnano anche che per poter programmare e realizzare un proprio intervento artistico non occorre “salire e scendere le scale” dei vari baronetti della letteratura nostrana. Per dirla in altri termini, questa attitudine permette di saltare il paludoso passaggio delle case editrici a pagamento, dei concorsi eterodiretti che proliferano come funghi realizzando discreti utili a scapito dell’ingenuo protagonismo dei tanti “poeti”. Farepoesia si va consolidando con un format che tiene in equilibrio due tensioni: un’attitudine indipendente e “fanzinara”, e un approccio editoriale proprio di una “vera” rivista. Ha una redazione diffusa e delocalizzata con una serie di collaboratori che concretamente sostanziano la proposta. Tecnicamente si fa forte delle possibilità della stampa digitale. I punk degli anni Settanta utilizzavano fotocopie, carta, forbici e colla; oggi per fortuna abbiamo a disposizione un PC, vari programmi di grafica e di impaginazione, inoltre grazie alla stampa digitale non siamo obbligati né a esosi investimenti, né a una strumentazione povera. Il fai-da-te può realizzare prodotti virtuosi e non solo caratterizzati dalla sobrietà, può permettersi di utilizzare strumenti evoluti e qualitativamente rilevanti. Ecco dunque Farepoesia. Un progetto realmente di microeditoria artistico-poetica, sobria e ricca allo stesso tempo.

“Farepoesia” ha una chiara impronta multidisciplinare; qual è l’obiettivo culturale e comunicativo?

L’impronta multidisciplinare nasce da una considerazione e da una necessità. La poesia attuale è in uno stato di perenne sofferenza perché ha abbracciato una attitudine isolazionista. Con la pretestuosità dell’esclusiva linguistica la poesia si è trincerata nel proprio fortino. Ora, se il fortino vede agire ad esempio: un Montale, un Pasolini, un Caproni, Zanzotto, ecc, allora il fortino potremmo dirlo effettivamente ben custodito. In realtà da trent’anni la poesia italiana non ha più i grandi generali di una volta. Sulla piazza vi sono una serie infinita di ragionieri che hanno teorizzato l’insignificanza e il minimalismo-qualunquistico, peraltro denunciato perfettamente, di recente, da Giorgio Linguaglossa (Dalla lirica al discorso poetico), Edilet, 2011. Come se ne esce da questa palude? Secondo noi una strategia positiva è quella di reinstallare proficue relazioni creative con le altre arti: pittura, cinema, musica, il figurativo in genere, i contesti underground, ecc. A facilitare queste relazioni costruttive dovrebbe essere il principio del “poetico non-specifico”. Mi spiego. Se c’è una specificità linguistico-letteraria della poesia, esiste anche un’idea ampia del poetico che è propria delle arti in genere e forse della vita. Ecco, se i poeti rinunciassero almeno parzialmente al pregiudizio linguistico potrebbero aprirsi a nuovi e proficui scambi creativi. Ci sembra che ne abbiano estremo bisogno. Inoltre c’è da dire che nella redazione di Farepoesia sono presenti artisti che si occupano di pittura, di mail art, di grafica, disegno, fotografia, e quant’altro. Dunque, la pluridisciplinarietà è anche postulata dalle varie competenze interne.

Quale tipo di poesia ha più senso proporre oggi in Italia?

Come sul piano generale può essere utile una scelta pluridisciplinare, altrettanto funzionale può essere una scelta pluristilistica in ambito poetico. Certo, niente di nuovo. Da Dante in poi questa è stata sempre una scelta comunque attuale. In effetti in Italia, come tutti sappiamo, questa linea ha sempre avuto vita difficile. A farla da padrone è stata la linea monocratica del petrarchismo accademico che nel Novecento si è trasformato in ermetismo di maniera. Il postmoderno ci obbliga, secondo me, ad una ampia cartografia sul piano stilistico, ad una ampia e complessa possibilità formale. Probabilmente le scelte forti si pongono sul piano dei contenuti e dell’approccio generale nei confronti dell’arte e delle sue implicazioni sul piano culturale. Per quanto riguarda Farepoesia, pur non avendo una direzione esclusiva, privilegiamo un versante poetico che si pone il problema prioritario della “realtà”. Sul finire degli anni Settanta era comparsa l’antologia di G. Majorino appunto intitolata Poesia e realtà che indagava movimenti e singoli autori alla luce del rapporto dialettico tra la creatività artistica e i contesti di vita reale, rapporto che allora era sentito fondante. Oggi, dopo l’oblio del trentennio edonistico, noi pensiamo sia giunto il momento di riprendere il discorso e di finalizzarlo secondo le necessità attuali. In questo senso noi riprendiamo anche la categoria di “impegno” e di “poesia civile”, categorie legate all’espressionismo e allo sperimentalismo, elementi fondativi dell’esperienza di Officina e proposti al massimo grado da Pier Paolo Pasolini.
In realtà queste considerazioni ormai accomunano diversi poeti e diversi contesti creativi. Il progetto Farepoesia è stato anticipato da una pubblicazione che purtroppo non ha avuto il rilievo adeguato, parlo di PRO/TESTO, la bella antologia pubblicata da Faraeditore di Rimini nel 2009 che ha raccolto una ventina di nuovi autori tutti accomunati da una attenzione etica nei confronti del fenomeno letterario e della poesia. Citiamo anche il progetto di Calpestare l’oblìo, che pure noi della rivista abbiamo costeggiato, un progetto che oggi sembra essersi arenato, ma che nell’ultimo biennio ha messo al centro le stesse questioni. Insomma, voglio dire che se ancora non si è cristallizzata una nuova linea poetica con la coerenza e l’attrezzatura adeguata, ci sono segnali evidentissimi di qualcosa che si sta muovendo. Noi con la nostra azione daremo sicuramente il nostro contributo affinché si realizzi un fare poetico che abbia il proprio centro nella “realtà”. Chiaramente non abbiamo indicazioni specifiche da porre, e tutto ciò che arriva dal passato lo consideriamo parte della nostra valigia degli attrezzi. La sintesi insomma deve essere nuova e da realizzare con un fare costruttivo.

Il quinto numero della rivista è quasi interamente dedicato a Pasolini, ma il poeta di Casarsa è presente anche in altri numeri. Da che cosa deriva questo riguardo? E quanto è importante, oggi per lei e per i redattori, la figura di Pasolini?

Pasolini è stato riconosciuto dai redattori e dai collaboratori come un autore essenziale per il proprio farepoetico. Affascina il suo furore artistico, colpisce nel segno il suo attivismo, lucido e analitico. Un mirabile esempio di passione romantica e razionalità illuministica. La sua analisi del potere realizzata pienamente attraverso il medium artistico (sperimentale e pluridisciplinare) è una delle vette della coscienza critica del nostro paese. Il suo sacrificio resta uno scandalo e in molti attendiamo la verità. La sua morte mette in mostra il virus che infetta dalle origini la nostra Repubblica. Un virus, che come lo stesso Pasolini ha ben fotografato, è costituito da un intreccio di imperialismo, neofascismo edonistico, mafia e controllo mediatico. Il suo spessore creativo, la sua sostanziale liberalità di pensiero (nonostante il suo radicamento nella tradizione marxisista) sono un esempio. I motivi che ci autorizzano a metterlo al centro dei modelli sono tanti. Abbiamo dedicato una monografia per formalizzarne la nostra “filiazione” e soprattutto le nostre intenzioni. La letteratura su Pasolini è immensa, forse non aveva bisogno del nostro tassello, ma lo abbiamo fatto perché riteniamo utile dare una radice al nostro lavoro e alle ricerche che potranno sviluppare altri. Ci dici tre poeti contemporanei, italiani e stranieri, da scoprire.

Nomi da segnalare?

Beh, mi vengono in mente due presenze minoritarie ma di assoluto interesse. Dalla provincia meridionale e in riferimento alla prima metà del Novecento segnalerei Lorenzo Calogero, una creatività poetica mirabolante, difficilmente catalogabile che ha sofferto dello stereotipo del poeta “nevrotico”, e soprattutto del suo isolamento regionale. Una produzione probabilmente poco controllata, ma che presenta dei veri capolavori. Un altro “mai-considerato” è invece l’eccezionale Eros Alesi, figura importante del beat milanese a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, autore di un poemetto (Frammenti/Lettera al padre) che dovrebbe secondo me stare in tutte le antologie scolastiche, e purtroppo la solita insipienza italiana spinge tra gli scarti pericolosi. Dei giorni nostri segnalerei la raccolta Pro/Testo (Faraeditore) che raccoglie secondo me una potenziale nuova scena poetica, un “mucchio selvaggio” che fa tesoro di sapienza letteraria e linguistica, ma che propone una tensione espressiva ed etica inedita rispetto a quanto ufficializzato dalle consorterie dell’ultimo ventennio...

Qual è il bilancio di questi cinque numeri di “Farepoesia” e quali progetti ha in cantiere sia per la rivista, sia per la casa editrice?

Il bilancio è sicuramente positivo, in poco più di due anni di attività abbiamo realizzato 4 plaquette di poesia, una raccolta di racconti brevi, 4 cataloghi di arte underground e appunto 6 volumi della rivista. Quasi tutti i titoli sono esauriti o in via di esaurimento per le prime tirature. Tirature che si pongono nell’ordine delle 100/200 copie. Non male per un progetto spartano e sobrio come il nostro. Certo c’è ancora molto da fare e gli obiettivi futuri sono quelli di ampliare il catalogo delle pubblicazioni, ma soprattutto di ampliare la diffusione e di agire con più metodo per quanto riguarda la distribuzione. La scommessa comunque si giocherà sul piano della realizzazione di una vera e propria redazione collettiva che abbia la volontà di sviluppare un lavoro sempre di più unitario e finalizzato nella ricerca e nella produzione. I prossimi appuntamenti sono con il settimo numero della rivista per Settembre 2012, e con 3 raccolte poetiche attualmente in preparazione.

* L'intervista di Luca Ariano a Tito Truglia in forma ridotta è stata pubblicata da La Barriera di Vigevano